
Dalla definizione di pubbliredazionale leggo: “è un’informazione pubblicitaria impaginata e redatta similarmente ad un normale articolo della testata giornalistica“. (fonte)
Già sappiamo cos’è successo: finalmente un altro spazio dove piazzarci della pubblicità; a differenza delle altre volte, però, dobbiamo fare lo sforzo in più di mimetizzarla per bene.
E siamo stati bravi in questo tant’è che, riprendendo dalla definizione, si continua a leggere: “Data la possibilità di confusione tra un normale articolo ed il pubbliredazionale, la legge preveda che venga dichiarato esplicitamente come pubblicità, attraverso la scritta “informazione pubblicitaria“. Addirittura una legge. Cvd.
Si era arrivati al punto per cui il messaggio pubblicitario doveva essere marchiato e ben riconoscibile onde evitare di mandare in confusione l’utente scambiandolo per un messaggio “normale”. Si era creato quindi un distinguo tra i due tipi di informazione che, non necessariamente, differivano tra loro solo per il fatto che dietro ad uno dei due c’era stata una manovra economica.
Che brutta reputazione questa pubblicità.
Oggi sembra che qualcosa stia cambiando (ne accennavo qui e qui).
Ho osservato principalmente due aspetti in tal senso:
. la pubblicità non si vergogna più di se stessa, ha fatto outing anche grazie ad una nuova presa di coscienza di se;
. sta provando a “vendere senza vendere” ovvero, vendere in una successiva istanza mediante una pubblicazione preliminare di contenuti utili, cercando quindi di garantirsi un posto nella memoria dei consumatori.
Non più, quindi, un cieco e continuo tentativo di vendere bensì un approccio orientato sì alla vendita che però prima passa per l’ascolto e la somministrazione di una soluzione.
Siamo ritornati un po’ alle origine quando le aziende nascevano, appunto, per risolvere problemi.
Penso che questo trend sia figlio di una crescente attenzione verso l’utente (che grazie ad internet ha più forza) ed il contenuto (il “nuovo” mezzo). Penso che questo approccio all’advertising sia un di cui del content marketing.
Bravo Marco! Tra l’altro, proprio stamattina leggevo questo articolo che credo si colleghi bene al tuo. Parte dal presupposto che, nel 21° secolo, potranno avere successo solamente le aziende che aiuteranno le persone a vivere meglio. http://www.fastcoexist.com/1682291/a-successful-21st-century-brand-has-to-help-create-meaningful-lives
Grazie, Pierangelo.
E grazie anche per l’articolo. :)