Ricerca di app mobile negli store. E SEO.

Credo al SEO negli app store (iTunes Store, Google Play).
Ci credo anche sulla base della consapevolezza che, in questa specifica materia, non potendo assegnare un peso certo alla singola variabile dell’algoritmo vale la regola del tutto fa brodo.
Ci credo perché spero che un domani l’algoritmo migliori (anche se già oggi è meglio di ieri).
Ci credo ancora di più perché sto per descrivere un comportamento tipico ma so che rappresentare tutta la popolazione con un unico flusso sarebbe un errore sciocco.

Eccoci al flusso.
Se per risolvere un’esigenza si deve cercare un’app senza averne in mente una in particolare di già conosciuta, secondo me la maggior parte delle volte si finisce su Google a scrivere “qualcosa + app/iphone/android” (concedetemi la semplificazione).
Se proprio proprio poi non si clicca su uno dei risultati disponibili (spesso proprio i link agli store), lo step successivo solitamente prevede la ricerca per il nome dell’app nell’iTunes Store ereditando l’informazione dal passaggio prima.

Non credo quindi che, con l’attuale efficenza dell’algoritmo degli store (scarsa), oggi la ricerca all’interno di essi (quindi il SEO per gli app store) sia un aspetto sul quale focalizzarsi troppo (in termini economici e di tempo).

Che ne dite? Ho preso un abbaglio? Avete mai cercato, negli store, per parole chiave generiche senza, al massimo, aver prima navigato per categorie?

BONUS TIP (a metà)

Credo invece che sia molto interessante, con la consapevolezza del flusso di cui sopra, finire tra i risultati di ricerca altrui. Ma mi fermo qui, non dicono nulla di più. :P

Now you know

Mi ritrovo sempre più spesso a parlare di content strategy o content marketing o inbound marketing.
E mi piace un sacco.
Facendo l’esercizio di simulare il comportamento dell’utente, assieme all’interlocutore di turno giungiamo sempre più spesso alla conclusione per cui, effettivamente, le cose sono cambiate: oggi, per farmi una fotografia di chi sei, passo in maniera imprescindibile anche per quello che dai e che dici.
Quando l’azienda comprende il concetto, non ve lo nascondo, provo un attimo di soddisfazione.

Poi però torno alla realtà delle risorse, dei numeri, del denaro, della rendicontazione e del ritorno.
Insomma, dell’azienda.
La metafora che utilizzo per descrivere questo approccio al contenuto è quello della semina: producendo e distribuendo online dei contenuti siamo certi solo del fatto che stiamo, appunto, seminando; circa il raccolto, e nello specifico il quando ed il quanto, un po’ bisogna accettare che è difficile fare delle proiezioni e che quindi i concetti di misurazione e rendicontazione un po’ si allontanano.

Rimane quindi un lusso, dal mio punto di vista, mettersi nell’ottica di approcciare il proprio mercato con una strategia volta a produrre contenuti.
Lusso perché bisogna chiudere un occhio sull’immediato ritorno, sull’investimento a breve termine e sulla misurazione precisa.

Però che bello quando le aziende, consapevolmente, si prendono finalmente questo lusso.
I mercati sono conversazioni. Hanno detto.

La prima impressione. Conta.

Considerazione banale. Ahimé ancora poco diffusa.
La prima impressione conta; che si tratti di un nuovo progetto o che sia la prima volta che l’utente “tocca” il progetto stesso (sito o app non importa).

Un’app non può fallire il processo di registrazione/autenticazione con il Facebook Login di turno.
Un sito web che desidera aiutare i cittadini ad individuare i “migliori servizi” nella loro area dovrebbe stringerlo fin da subito un accordo di partnership con almeno tutte le province d’Italia (in questi frangenti non è possibile finire davanti al messaggio Nessun risultato nella tua zona; con quale speranza payoff e mission sperano di poter risultare ancora credibili?!).

Va benissimo l’approccio alla “Rework“, l’abbiamo adottato anche noi, ma dei requisiti minimi a livello qualitativo sono richiesti, sono obbligatori; la difficoltà è che questa asticella/barriera di soddisfazione è sempre più alta e continua a crescere.

Dai, ti faccio un prezzo amico

Forse tutto nasce dal mio (brutto) rapporto con il concetto di prezzo ed in particolare con le sue tonalità di decurtazione.
Ed anche se questa volta mi metto dallo stesso lato del consumatore, non riesco a digerirla.

Sto parlando del prezzo amico.
Quello che ti fanno la prima volta che ti vedono perché, a pelle, gli stai simpatico.
Quello che, quando esci, un po’ ti gasi perché gli stai simpatico.
Quello che forse, la prossima volta, ti ci fa pure tornare.
Da quello che gli stai simpatico.

Non so, ma non ce la faccio a non guardarlo con disprezzo, a non sentirmi preso in giro.
Però con stile. In simpatia.

Chiamala soddisfazione. Chiamala esperienza utente. Basta che ci pensi.

Dico una banalità: oggi il consumatore è cambiato.
E’ attento, consapevoli dei mezzi e del suo potere, è esigente. Esigente.

La soddisfazione è diventata, perfino, un fattore tenuto in considerazione in chiave SEO per quello che concerne la visibilità sui motori di ricerca.

Soddisfazione quale fattore SEO

(clicca qui per approfondire l’articolo twittato)

Quando si progetta una qualsiasi esperienza online si deve pensare all’utente.
Ad un utente che esige ed è pronto ad abbandonare la strada vecchia per quella nuova.
Un approccio di questo tipo è vincente.
Se non siete d’accordo, vedetela così: l’approccio contrario è sicuramente perdente.

In questo piccolo esempio, sono consapevole di non essere un campione rappresentativo dell’intera popolazione, però ci sono state un paio di settimane durante le quali ho raccolto qui e là tracce di un’insoddisfazione nei confronti di foursquare che stava accusando rallentamenti appesantendo notevolmente l’esperienza utente.
Il piccolo campione con il quale mi sono confrontato è stato spietato: dopo poche ore avete già iniziato ad utilizzare meno l’applicazione arrivando a dichiarare cose del tipo basta, mi sono rotto, non la utilizzo più.

Questa volta chiudo con quella che potrebbe essere l’apertura di un prossimo post: ci sono applicazioni e progetti che raggiungono invece livelli superiori e che possono permettersi di non pensare troppo all’utente (pensate alle peripezie ed alle evoluzioni dell’app di Facebook per iOS). Chissà qual è il termine marketing che rappresenta queste eccezioni.

LinkedIn Ads

Piccolo sfogo.
Per MOCA, con l’occasione di un evento e con l’obiettivo di raccogliere dei partecipanti, ho attivato una campagna su LinkedIn.

Mi aspettavo, ad un certo punto, un report automatico di rendicontazione che individuasse qualche motivo per spingermi ad investire di più (sensazione dettata, evidentemente, dalla mia lunga relazione con Google).
Quel report è arrivato. Via mail.
Eccone un estratto.

LinkedIn Ads Email Riassunto

Ora, dal mio punto di vista, poiché anche LinkedIn ad un certo punto dovrà capire come monetizzare di più, penso si dovrà mettere nelle condizioni di approcciare il tema in maniera più qualitativa e meno automatizzata; non chiedo una proiezione sul mio caso qualora dovessi raddoppiare il budget giornaliero, ma anticiparmi un banale x2…

Tracking ed osservazione per attivare delle azioni

Porsi degli obiettivi non è per nulla scontato e banale.
Identificare degli indicatori di performance (KPI) non è facile.
Osservarli con costanza è difficilissimo.
Essere pronti a reagire sulla base di fenomeni osservati, beh, questa è un’altra storia. Solo che bisogna farlo; allora tanto vale mettersi nelle condizioni migliori per ambire a farcela.

In tal senso, secondo me, ha un peso determinante il terzo punto: monitorare le KPI. Monitorarle con perseveranza.
Ed è altrettanto determinante dotarsi di un sistema di tracking friendly: viene tutto più facile.
L’usabilità della piattaforma e l’accessibilità del dato, in tal senso, sono fattori fondamentali.

Se si riesce ad installare un sistema di lettura delle KPI facile ed accessibile, allora viene più facile quella costanza che poi rappresenta un gradino fondamentale per attivarsi e compiere delle azioni.
Vero che non vale per tutti ma nel contesto del marketing, dove spesso i goal sono impalpabili o di alto livello (fatturato), secondo me funziona.

Vi racconto una storia.
A gennaio mi sono messo in testa di voler perdere un po’ di peso.
Mi sono dotato di uno strumento che mi ha reso facile l’input del dato e la lettura del progresso.
Tale task è entrato nella mia quotidianità ed ha contribuito a farmi stare più attento a ciò che mangio perché so che la mattina la bilancia dice la verità, tutta la verità.
Mi sono pesato con costanza per 189 giorni (con poche eccezioni) e sto continuando.
Ed ho perso 7kg.

Tracking iPhone app

Lo screenshot dice 5kg perché quell’ultimo picco in aumento rappresenta un soggiorno di cinque giorni in Salento e l’addio al celibato. :)

 

Ecommerce: il fenomeno visto da me

L’ecommerce è indubbiamente uno dei trend più forti degli ultimi mesi.
Se ne parla tanto. Se ne parla pure troppo.
E come spesso succede, quando c’è un interessamento morboso verso l’argomento la risultante è che si abbassa un po’ il livello qualitativo.
Anche delle richieste.
Ciò che ho osservato, dalle occasione che mi sono capitate, è che nell’ecommerce si intravedono, tra tante, anche queste opportunità/desiderata:

. chiudere (finalmente) il negozio (offline);
. abbattere i costi (quelli che però già si conoscono);
. abbandonare quella maledetta famigerata rete commerciale (e, giustamente, ridurre la filiera);
. non avere più a che fare con i clienti (illusi; i negozianti).

Troppo spesso, ahimé, la discussione con l’interlocutore di turno si conclude con un passo indietro da parte sua: ho capito, non fa per me.
Perciò è vero, ammazziamo tanti ecommerce sul nascere.
Però, riprendendo Gianluca Diegoli, è anche vero che tutto si venderà online e non tutti venderanno online.

Speriamo sia piuttosto uno spunto di riflessione per ritrovare gli antichi stimoli che c’hanno fatto aprire un’azienda.

KPI: tre considerazioni

1. L’attività a supporto di una promozione (es. ufficio stampa) ha una KPI (es. esposizione) diversa rispetto a quella macro dell’azienda (es. fatturato).
2. Gli indicatori ricalcano la gerarchia aziendale e prendono forme differenti tra loro tenendo a riferimento sia i dipartimenti (competenze) che i responsabili (know how).
3. Nella valutazione di un’attività è determinante individuare la KPI giusta altrimenti sale il livello di frustrazione dovuto al fatto che “quel numero” non mi sta facendo capire davvero come sono andate le cose o, peggio e più di frequente, mi sta descrivendo uno scenario peggiore.

Facebook: stesso utente, due punti di vista

Siamo *tutti* su Facebook.

E quando pensiamo ai noi stessi nei termini di “perché mi sono iscritto?” o “perché ci entro x mila volte al giorno?“, trovo una certa ridondanza di concetti quali “ca**eggio” e “farmi i ca**i degli altri“.

Quando pensiamo agli utenti di Facebook nel momento in cui invece indossiamo i panni di un’azienda e del relativo ufficio marketing, iniziamo a pensare che questi in realtà stiano all’interno del social solo ad aspettare morbosamente i nostri contenuti aziendali, le nostre offerte commerciali, le nostre iniziative supermegafantafigose.

Curiosa ‘sta cosa.