Link in uscita ed àncore. Io sono per farle lunghe e descrittive.

Quando si discute di copywriting e SEO, tra le diverse buone pratiche da applicare si menziona anche al fatto di linkare risorse autorevoli ed a tema. Questo produce, effettivamente, una serie di vantaggi:

  • l’utente può proseguire la navigazione verso altre risorse approfondendo la lettura;
  • evita, per chi scrive, di dover aprire e sviluppare delle subordinate: spesso un’attrazione per il copywriter ma, al contempo, una possibile distrazione sia per il lettore che per il motore di ricerca;
  • a Google piace: anche grazie al tema trattato dalla risorsa linkata questi riesce a farsi un’idea più chiara dell’argomento rafforzando il concetto di coerenza semantica.

Però non sempre il clic su quel link esterno è visto bene: a fronte degli sforzi fatti per portare l’utente sulla pagina, comprendo che la tentazione sia quella di “trattenerlo” all’interno del sito. Ci sono casi in cui favorire il proseguo della navigazione fuori dal sito web è paragonabile ad un danno economico (mancato guadagno): pensate alla scheda prodotto di un ecommerce.

Per “dare un colpo al cerchio ed uno alla botte” secondo me la soluzione sta nell’àncora, la parte cliccabile del link, quella che, spesso, quando ci passi sopra con il mouse si attiva, si accende.

Mi spiego:

  • un’àncora breve, persuasiva, poco parlante potrebbe effettivamente generare curiosità e favorire il clic;
  • un’àncora lunga, descrittiva e molto parlante invece dà chiaramente l’idea di quello che l’utente troverà dopo il clic e potrebbe risultare più che sufficiente per proseguire invece la lettura della pagina dove l’utente già si trova.

Che ne pensi?

Email marketing: meglio la mail aziendale o personale?

La riflessione nasce dalle notifiche che ricevo via email quando qualcuno compila la form di contatto del sito o si iscrive alla newsletter di MOCA; in altre parole, da quei momenti durante i quali, con le poche informazioni a disposizione, cerco di ricavare una “sensazione” circa la persona che si è appena messa in contatto: è una buona opportunità commerciale o qualcuno che cerca solo un consiglio, si tratta di qualcuno veramente interessato ai contenuti che pubblichiamo via mail o “solo” un competitor che cerca un po’ di ispirazione?

Tra le informazioni in mio possesso, naturalmente, c’è l’indirizzo email ed il primo distinguo che si può fare è, eccezioni comprese, si se tratta di una mail personale (es. @gmail.com, @libero.it, …) o aziendale (es. @mocainteractive.com). Originariamente ho sempre dato maggior peso alla mail aziendale (senza che questo poi portasse a flussi di comunicazione diverse) ma da diverso tempo ho cambiato posizione propendendo per la casella di posta elettronica personale.

Di seguito condivido le riflessioni che mi hanno condotto a questo punto di vista:

  • il cambio di indirizzo è molto meno frequente; l’azienda può decidere di cambiare il dominio di posta elettronica in seguito ad azioni straordinarie come rebranding, fusione, acquisizione mentre per la persona questa dinamica è un pizzico più rara. In tal senso, se penso a software per l’invio di email come Mailchimp questi raccolgono lo storico di comportamento (es. tasso di apertura)(facendone un criterio di segmentazione, tra l’altro) attorno all’indirizzo email per cui sostituirlo con uno nuovo significa azzerare lo storico e ricominciare da zero;
  • le persone cambiano lavoro ed anche questa dinamica potrebbe portare a ritrovarsi per le mani un dato (l’indirizzo email aziendale) non più utilizzabile;
  • se penso poi alle sinergie che possono nascere tra il Mailchimp di turno ed i social network è chiaro che queste possono esprimersi al meglio quando riescono a condividere dati equivalenti; poiché, in quasi tutti i casi, ci iscriviamo ai social network con la mail personale ne deriva che diventa più interessante avere quest’ultima anche, ad esempio, nel nostro CRM per “seguire” il comportamento della persona un po’ ovunque e per usufruire di funzionalità cross-platform come il retargeting che mette in comunicazione Facebook e Twitter con Mailchimp.

Tu che dici? Mail personale o aziendale?
E se la pensi come me hai individuato ulteriori plus?

Digital (marketing) e concerti live: qualche osservazione

Lo scorso weekend sono stato a Padova a vedere la seconda data del nuovo tour di Luciano Ligabue “Mondovisione”.

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(foto prelevata da Instagram: @alemanfrii)

In alcuni momenti la mia attenzione è stata richiamata da dettagli e comportamenti che, in qualche maniera, hanno a che fare con il digital e desidero raccoglierli qui a mo’ di elenco:

  • prima dell’inizio, quando c’è il dj che “butta su dei pezzi”, una voce registrata indicava l’hashtag del tour dagli altoparlanti: #mondovisionetour [leggasi: invito, coordinato (*), alla produzione di user generated content];

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(notevole la produzione di contenuti: è la seconda tappa del tour ed, al netto di foto ufficiali pre-tour, mi posso sbilanciare con una media (del pollo) di circa 40.000 foto/video per serata; NOTA: c’è un aggiornamento in chiusura del post su questo passaggio)

  • circa a metà concerto Ligabue ha eseguito individualmente (voce + chitarra acustica) un brano scelto precedentemente, tramite votazione (credo dal sito web), dai fan [coinvolgimento prima dell’evento];
  • questo concerto è stato l’occasione, come spesso succede, di presentare un nuovo singolo. Oltre al video in anteprima, la coreografia dello spettacolo ha indicato l’hashtag “ufficiale”: #cesempreunacanzone [questa iniziativa mi ha convinto meno ed i risultati, almeno su Instagram, sono effettivamente diversi];

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  • durante un assolo particolarmente lungo, Ligabue ha chiesto ad uno della security di tenergli per un attimo il microfono ricevendo dallo stesso uno smartphone con il quale ha registrato circa 1′ di video [pensavo ad un selfie ma Ligabue, anche regista, ha optato per qualcosa di un po’ meno scontato :)];
  • parlando del pubblico, ho notato che diversi ragazzi gggiovani hanno inviato pezzi di concerto (tracce audio) agli amici rimasti a casa tramite Whatsapp;
  • le applicazioni che l’hanno fatta da padrone sono state (secondo me in quest’ordine di utilizzo): Instagram, Whatsapp, Facebook [da notare qui la lungimiranza di Zuckerberg negli acquisti: sono tutte realtà sue];
  • nota personale ed un po’ dolente: l’attenzione verso lo smartphone, e le interazioni sociali che ne derivano, ha portato diversi ragazzi a passare più tempo con lo sguardo verso il monitor che non volto allo spettacolo. Sembrava quasi fosse più importante portare a casa (numerosi) selfie, e relativi like, a mo’ di testimonianza (“io c’ero”) piuttosto che assorbire le emozioni di un concerto. Peccato.

(*) indicare un unico hashtag evita la dispersione nei social network degli user generated content e ne facilita quindi la raccolta a posteriori

NOTA: Fabio e Daniele mi segnalano che il tour, in realtà, è cominciato a marzo 2014 per cui le opportunità di generare delle foto/video sono state ben più di due. Per meglio intercettare il dato “contenuti per tappa” ho quindi fatto una fotografia dell’hashtag #mondovisionetour su Instagram prima e dopo l’ultima data, quella del 17 marzo a Milano.

LigabueInstagramMondovisionetour

Dallo screenshot si vede che si è passati da 83.675 post a 84.500 post, quindi circa 1.000 contenuti per serata; un dato decisamente ridimensionato rispetto a quello iniziale.

Ecommerce: un paio di riflessioni prima di partire

Articolo per le aziende che stanno pensando di aprire un ecommerce.
I dati disegnano uno scenario super positivo ed, effettivamente, allettante: “gli acquisti online, in Italia, crescono”.
C’è un però: esistono già degli ecommerce molto affermati nel panorama italiano (es. Amazon, Ebay, Zalando, Yoox) per tanto, semplificando, potrei anche parafrasare il virgolettato sopra con il seguente: “gli italiani acquistano sempre di più dai soliti noti”.
Non si tratta di una frase risolutiva, però non la vedo male come frase riassuntiva.
E’ chiaro che a questo punto le aziende che vogliono aprirsi all’ecommerce devono considerare anche altri aspetti (non necessariamente facili):

– sarà difficile presentarsi al mercato con un prezzo più basso di quello pubblicato su Amazon;
– le spese di spedizione, storicamente, si stanno via via abbassando (grazie al volume che questi signori riescono a sostenere);
– le interfacce mediante le quali si acquista stanno diventando sempre più “user friendly” rendendo l’esperienza di acquisto molto agevole;
– il problema della gestione dei resi, per questi signori è sempre meno un problema (c’è chi ti invia anche un numero più grande ed un numero più piccolo della taglia di scarpe che avete ordinato online);
– oltre al customer care in post vendita, c’è un impegno di risorse ed energie anche nel pre vendita;
– mobile: abituatevi al fatto che la gente compra da smartphone, anche se voi non l’avete ancora fatto.

E perché dovrebbero considerare anche gli aspetti qui sopra? Perché l’utente italiano, sempre più propenso a fidarsi quando si tratta di inserire i numeri della carta di credito in un sito web, si sta abituando bene, anzi, molto bene e quindi il confronto che il nuovo ecommerce deve sostenere è, per forza di cose, anche su queste caratteristiche qua.

Pronti a fare la guerra? :)

Di organizzazione aziendale e vita vera…

…che poi le due cose collimano.

Leggete la testimonianza di Francesco, mio caro amico e chef, che racconta l’esperienza (negativa) vissuta presso l’Acantha Hotel di Erikoussa (Grecia). La cosa più preziosa sono gli insegnamenti che lui ha colto dalla medesima.

Disclaimer: questo articolo non ha a che vedere con i contenuti solitamente qui pubblicati ma oltre al mio lavoro c’è un’altra cosa nella quale credo fermamente e per la quale trovo quindi corretto riservare un piccolo spazio: la giustizia. Questa è una storia di fiducia mancata e giustizia inespressa. A me è stata utile.

Con Twitter si può vendere. Anche senza pubblicità.

Sì, vendere online tramite Twitter si può fare, ma si deve ribaltare un po’ il punto di vista rispetto a come siamo abituati a guardare alla dinamica che coinvolge domanda ed offerta.

Il discorso non vale, più di tanto, per brand affermati ed è sicuramente più utile per chi invece sta cercando di ritagliarsi uno spazio e di acquisire qualche fetta di mercato in più, cercando di vendere anche tramite canali più attuali e senza, per forza di cose, ripiegare su soluzioni che contemplino d’advertising.

Internet dà la possibilità di essere trovati molto di più rispetto a quella che è l’affermata visibilità locale e concede anche l’opportunità di andare a ricercare la domanda. Consente di essere proattivi nella vendita e di andare a ricercare l’esigenza espressa dalle persone perché le esigenze, le persone, le esprimono.
Soprattutto nei social network; se ci aggiungiamo poi che questi ambienti non rendono così complesse le attività di ricerca, forse un piccolo investimento (almeno di tempo, quindi senza considerare la pubblicità) vale la pena farlo.

Per supportare questo mio punto di vista, vi racconto una storia.

Quella che ho esplicitato qui è *tutta* la conversazione nella sua interezza.
Se dovessi quindi calcolare i costi sostenuti da questa realtà, probabilmente farei fatica a raggiungere l’ora di tempo impiegata tra ricerca del mio tweet originale e repliche varie.
Il tutto si è concluso poi con un acquisto, per cui bingo!

Colgo infine l’opportunità di questa esperienza anche per condividere quello che, dal mio punto di vista, è un ambito di miglioramento che, effettivamente aumenta un po’ il tempo impiegato dell’investimento, ma riduce il rischio di insoddisfazione da parte del cliente: suggerirei una presenza più costante nel social network.
Il tempo tra la prima risposta ed il tweet originale è stato di poco più di quattro mesi e nell’ultimo passaggio (corredato comunque dalle scuse) si è registrato un tempo di latenza di dieci giorni. E’ necessario ottimizzare tale aspetto altrimenti si percepisce (lato consumatore finale) una sensazione, spiacevole, di abbandono.

Ad ognuno il suo. Ca**o.

(la faccio facile)
All’imprenditore, il rischio d’impresa: se fallisce, salta l’azienda.
Al marketing manager, il rischio dell’investimento inteso come la composizione del marketing mix ed il budget da mettere sul piatto: se fallisce, perde il posto.
(se si va in outsourcing) All’agenzia digital, la responsabilità di far funzionare il canale e, in certi casi, di stare sotto ad un massimo di spesa per conversione (CPA): se fallisce, salta il contratto.

Si tratta di un meccanismo che funziona. (*)
Ma se si spostano certi pesi, il tutto deve necessariamente tornare comunque ad un equilibrio: decidi di non fare il tuo lavoro, non ti prendi il rischio, ma nemmeno i soldi (utili, stipendio, fee).
E lasci spazio (€) a chi certe mansioni le può portare avanti.

Punto.

(*) Al netto di (diffuse) situazioni “drogate” dove il cugino, dello zio, del parente, …

Facebook: temporary status update

Visto che a settembre 2013 Facebook ha aggiornato le policy che regolano lo svolgersi di contest nelle proprie pagine, ora mi sento più sereno nello scrivere e raccontare questa cosa qua.

Diverso tempo fa mi sono messo a studiare l’algoritmo di Facebook: Edgerank.
L’ho studiato nello specifico dei fattori che Facebook stesso diceva di tenere in considerazione per “premiare” uno status update fornendogli maggiore visibilità nel newsfeed degli utenti: il peso delle interazioni ed il tempo riferito alle stesse (oltre al grado di affinità tra, ad esempio, utente e pagina aziendale).

Allora ho cercato di risalire la corrente ed immaginare quali caratteristiche avrebbe dovuto avere uno status update per guadagnarsi un punteggio alto; magari cercando anche di considerare allo stesso tempo delle leve affinché il tutto fosse effettivamente realizzabile.
Da lì mi è venuta in mente questa cosa del temporary status update (derivato dal concetto di temporary shop)(scherzosamente dico di averlo inventato io, però onestamente non ho mai letto nulla a riguardo nella rete).

Riprendendo le leve di cui sopra (immaginando il contesto di un ecommerce che, in questo frangente, rende le cose più facili), la struttura dello status update dovrebbe essere così composta:

. comunicare un codice sconto (non tanto la percentuale di sconto, quanto il codice vero e proprio: fa più gola)(ovviamente deve essere inizialmente congelato);
. spiegare che quel codice sconto sarà attivo solo al raggiungimento di un certo risultato;
. esplicitare il traguardo: X ricondivisioni dello status update, Y commenti allo stesso, Z like (la distribuzione sceglietela sulla base dell’obiettivo; io consiglio di mettere in testa le ricondivisioni);
. precisare però che il risultato deve essere raggiunto entro le ore HH:MM (questo passaggio è importante);
. aggiungere il dettaglio che lo sconto ha una scadenza temporale (meccanismo relativamente facile da configurare nel tool che utilizzate per gestire i coupon).

Considerando poi i successivi aggiornamenti dell’algoritmo, penso che alcune delle leve introdotte (es. lo story bumping) vadano nella direzione di favorire ulteriormente questo meccanismo.

Ci avevate mai pensato? L’avete mai utilizzato?

Email marketing: riflessioni

#1
Fatto salvo di non aver approfittato della pazienza dei vostri iscritti, non abbiate timore del tasso di disiscrizione: entro certi limiti (effettivamente difficili da calcolare) si tratta di una maniera efficace di pulire la vostra lista di iscritti e proseguire le attività di email marketing verso un pubblico via via di sicuro più interessato ai vostri contenuti.

#2
Abbandonate l’idea di voler inviare sempre e comunque la vostra comunicazione via email a tutti gli iscritti: poiché ne avete la possibilità, segmentate. Risvolti positivi su quality score (ereditando l’etichetta da Google AdWords ed appiccicandola a Mailchimp), spam score, tasso di disiscrizione, efficacia delle attività di analisi qualitative.

#3
Email marketing non significa solo traffic acquisition! Nonostante il player sia affermato, penso che questa mail di Klout sia una forzatura (vedi immagine qui sotto): dall’oggetto capisco che il mio Klout Score è cambiato e quindi, nella mail, mi aspetto di vedere il numero aggiornato non di dover accedere al sito (magari loggarmi pure) per vedere che sono passato da 59 a 60 (wow!).

Klout Score Email Marketing

Personalmente (e a livello aziendale) penso che l’email marketing sia un ottimo canale anche per alimentare una strategia di content marketing: mi piace intendere questo mezzo come l’opportunità per raccontare. E a volte è più che sufficiente.

Ecommerce: do it yourself

La promozione online è un asset importante per un’azienda.
Se poi questa vende su internet, allora diventa vitale.
Vedo però ancora tanti contesti dove, forse perché assuefatti dalla materia, siamo più concentrati sulle KPI specifiche delle nostre attività di supporto alle aziende e perdiamo il focus sull’unico vero indicatore: la vendita.

Questa riflessione mi è stata stimolata anche da un dialogo avuto con una commerciante in Sicilia.

IO: Vendete online?
LEI: No. Abbiamo il sito web ma non c’è il classico carrello. Siccome sono cose artigianali fatte a mano, quando vendo un oggetto dovrei aggiornare il sito circa la disponibilità e non ho tempo.
IO: Ma sono di Treviso, come possiamo fare? La spedizione mi sarebbe effettivamente comoda per evitare di trovarmi il regalo frantumato in pezzi una volta aperta la valigia.
LEI: Guarda, fai così: fai una foto qui in negozio all’oggetto che vuoi, me la mandi via email e poi ci mettiamo d’accordo sul prezzo e la spedizione.

L’importante è vendere.
Potrebbe andare meglio, ma va bene.