Social TV: non abbiamo capito (quasi) un ca**o

L’altra sera ho guardato The Voice of Italy; non era la prima volta (anche se non posso dire di essere un affezionato).
Era invece la prima volta che lo guardavo con, a fianco, la timeline di Twitter sintonizzata sull’hashtag ufficiale: #tvoi.
Ho provato a “godermela di più”, a fare più il second screener che l’osservatore; nulla da fare: ho osservato degli aspetti ch desidero condividere e che, sotto forma di appunti, spiegano questo articolo.

Di seguito:

  • il volume di tweet generato, visto dal vivo, è incredibile. Un conto è leggerli da un comunicato stampa, un altro è vedere gli aggiornamenti della timeline. Non semplice, a tratti, starci dietro;
  • la qualità dei tweet è sotto zero, peggio, da vergogna. Al netto di talentuosi comici mancati (far ridere in 140 caratteri, se non sei un romano, è cazzutissima!) è emerso il peggio: razzismo, ignoranza, offese/prese per il cu*o gratuite, saccenteria (tutti esperti di musica quella sera). Insomma, ahimè, un sacco di gente frustrata che non c’ha un ca**o da fare;

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  • i VIP (parlo nella fattispecie di J-Ax, ex Articolo31 per quelli della mia generazione) sono degli accentratori mostruosi di conversazioni (e reazioni)(indizio: guardare RT e favourite);

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  • non tutti i VIP sanno usare Twitter ma quelli che lo fanno sembrano divertirsi e sembrano aver capito perfettamente l’ambiente;
  • la trasmissione sembra maggiormente orientata a creare buzz diffondendo i contenuti anche su Twitter (e online, in generale). Lo trovo inutile. E la storia delle KPI, degli indici per vendere più cari gli spazi pubblicitari non regge poiché nei tweet non c’è spazio per il product placement;
  • poche trasmissioni hanno colto, dal mio punto di vista, il valore aggiunto della social tv: i cari vecchi user generated content (ci sono delle tweet-perle lì fuori). The Voice of Italy c’ha provato stampando a video alcun tweet (filtrati, giustamente) ma è un lavoraccio (di monitoring) e non hanno osato troppo. Il premio, da questo punto di vista, va indiscutibilmente a Gazebo;
  • sempre nell’ottica di attingere dallo stream di tweet e, in generale, dal fatto che ci sono migliaia e migliaia di italiani con lo smartphone in mano, secondo me la trasmissione si è fatta sfuggire l’ipotesi di far votare via Twitter (social network). È un pizzico più complesso ma fattibile e sicuramente più ficoso dell’SMS o della telefonata (costosissimi!);
  • chi ne guadagna, in questo caso, è il giudice/VIP: visibilità già alta che con la trasmissione ed i social schizza alle stelle (se poi ci sai pure stare nel social…bingo!). Guarda caso J-Ax è uscito con il disco nuovo e Francesco Facchinetti si è messo a vendere smartphone;
  • la social tv, che è Twitter (e null’altro), è una bella opportunità, per l’utente finale, di networking. #serendipity

Per le aziende.
Per le aziende è un casino perché i mercati sono conversazioni #cit ma qui le conversazioni fanno venire i brividi; non puoi neanche approcciare lateralmente affermando che il target di The Voice of Italy sia appassionato di musica (o che quello di Masterchef sia appassionato di cucina e de L’Isola dei Famosi sia appassionato di … – non mi viene nulla). Il livello è prossimo al gossip: contenuti zero, valore men che meno.
Insomma, sia a livello pubblicitario che contenutistico, per l’azienda è uno scenario davvero complesso da presenziare; parlare poi di ritorno, in qualsiasi forma, è troppo prematuro.

Arrivo dunque al titolo:

  • le conversazioni fanno schifo (ci si sfoga prendendo in giro gli altri; che in quel momento, tra l’altro, non possono rispondere – vedi i concorrenti) e non c’è molto da studiare/analizzare;
  • per le aziende non c’è spazio o è incredibilmente difficile ricavarselo;
  • le emittenti, non so per quale ragione (o forse la so), procedono con il freno a mano tirato e non stanno cogliendo bellissime opportunità offerte dal fenomeno della social tv (Gazebo a parte).

Ecco. :)

Update

L’altra sera, scrollando l’app di Eurosport, inciampo in questa cosa qua sotto

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figurati se non tappo dopo aver letto “Second Screen”. :)
Il fatto è che quello che ho visto dopo, fondamentalmente, confermava alcuni punti già affrontati qui e durante gli speech che tengo sul tema del second screen (guarda la slide numero 21 di questa presentazione):

  • il second screen e la social tv, almeno in Italia, sono “proprietà” di Twitter. Punto;
  • creare (anche a metà) un’app che prova a veicolare l’attenzione, ed i tweet, degli utenti è impresa incredibilmente ardua (negli screenshot subito qui sotto ci sono solo due utenti che hanno interagito direttamente dall’app)(se poi gli stessi autore, di fatto, pescano da un flusso di contenuti pubblicati altrove… – su Twitter, appunto);
  • c’è timore della conversazione: perché gli autori dell’app non hanno pescato i tweet mediante uno degli hashtag (es. #JuveReal) ed hanno invece virato verso una soluzione più tranquilla, ovvero riproporre contenuti di account Twitter “certificati” (il loro e quello della Juventus)?

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Di Seychelles e (digital) marketing

Ho effettivamente riposato, coadiuvato da una connessione 3G costosissima e da una rete WiFi, a pagamento, davvero pessima; però, nonostante le bellezze delle Seychelles ed in particolare di La Digue, non ho potuto mettere a tacere proprio tutti i sensi.

Ecco quindi quello che ho osservato, connesso più o meno con il mio lavoro e la mia passione, durante il nostro soggiorno.

  • Facebook is the new sito web

Forse perché il sito – lo spazio – lo devi acquistare.
Forse perché lo devi installare, configurare, mantenere e quindi ci vogliono delle conoscenze un pizzico tecniche.
Forse perché “tanto su Facebook ci sono tutti” (mezza popolazione italiana, dice una recente statistica).
Forse perché Facebook è facile (non parlatemi della sua user experience però, per favore), lo si gestisce da mobile e comunque, a livello personale, si è già iscritti.
Ad ogni modo Facebook ha battuto il sito web; anzi, la pagina fan ha battuto il sito web. Speriamo quindi che Facebook non abbia battuto internet…
E, onestamente, inizio a fare fatica, quando parlo alle aziende, nello “smontare” Facebook cercando di far capire che è un digital asset proprietario (ad esempio proprio il sito web) quello che deve essere messo al centro della strategia digitale di un’azienda.
A volte penso che, per fare la smorzia al contatore dei like della pagina fan, forse ha senso tornare indietro a pubblicare nel proprio sito web il contatore delle visite (social proof?), anzi, delle pagine visualizzate (e poi a fare refresh forzato; e poi ti torna ai tempi del #celopiulunghismo).
Chissà se tutti quelli che ti dicono di “fare like sulla nostra pagina” sanno anche rispondere alla domanda “perché?”; cosa ne guadagna l’utente? Lo sanno del vecchio edgerank (che poi il meccanismo, a grandi linee, è rimasto invariato anche a fronte degli ultimi aggiornamenti)?
È successo con un ristorante di un certo tono e con il baracchino che faceva i migliori mix juice di frutta e le migliori fruit salad mai mangiate in vita mia! Ok, faccio like alle vostre pagine, ma poi?

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Perché non mi avete parlato del sito web o, meglio ancora, non mi avete chiesto l’indirizzo email per “mandarmi una cartolina” (newsletter) di tanto in tanto?
A volte penso che quello che deve ancora trovare la via, sono io.

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  • SOLOMO (social local mobile)

Esiste solo Facebook.
In ferie si fanno le foto e si taggano (verbo entrato prepotentemente nel nostro vocabolario) gli amici.
E tutto ciò lo si fa su e con Facebook.
Punto.
Ah, e si mandano i messaggi (sempre più spesso dettati a voce) con Whatsapp (che poi è sempre Facebook).
Punto.

Digressione sui giochi: ci giocano tutti; gli adulti solo su smartphone ed i gggiovani anche su tablet.
E si tratta dei giochi più semplici, carini ma semplici: ve li ricordate i tempi di Windows e del solitario? Anzi, meglio ancora, di campo minato? Ecco.

  • Statistiche

Parliamo di libri: 99.9% Kindle (in diverse versioni).
Tablet: 90% iPad.
Smartphone: 50% iPhone, 50% Samsung.
iPhone si conferma status simbol; leggasi: lo utilizza gente che non va oltre messaggi, foto, mail, telefonate. E Facebook. Tenetelo a mente per la vostra fichissima strategia mobile.

  • PR Online

Internet è un mezzo di comunicazione.
Mettici dietro tutta la tecnologia che vuoi, resta un luogo per le persone usato dalle persone per comunicare con le persone.
Le attività di PR continueranno ad avere un ruolo centrale.
E l’hanno capito quelli del La Digue Island Lodge che pagano un’italiana, Chiara da Siena, per fare due chiacchiere con i commensali ai tavoli del ristorante; con l’impegno di chiudere la conversazione con un “lasciateci una vostra opinione su Tripadvisor“. E quando scopre che non siamo ospiti della struttura, vira (cambia call to action) e si focalizza sulle foto (che funzionano, che tanto noi turisti le facciamo, che ci piace farle vedere e vederci pubblicati). E lo fanno dal 1995 (non le richieste di recensioni per Tripadvisor, bensì le attività di PR).
Ecco una nostra foto.

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  • Keep in touch

Abbiamo passato un po’ di tempo con questo signore qua (Marcel).

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L’abbiamo invitato in Italia (non è mai stato in Europa) però non ci siamo scambiati numero di telefono e email: lo troverò via Facebook taggato in qualche foto pubblicata nella pagina del Fruita Cabana Bar. Siamo d’accordo così.

  • Cara vecchia televisione

Sapete del mio ritorno di fiamma: non perdiamoci per strada i media tradizionali dicendoci che sanno di vecchio. Funzionano.
Funzionano con tanti italiani e pure fuori dall’Italia.
Ne ho avuto le prove quando Marcel, al secondo giorno in spiaggia, per richiamare la nostra attenzione non sceglie “italianiii” o “capo” o “ciao” bensì “Italia1″. Chiaro?

  • Innovazione

Una trombata incredibile: 35€ per 24h di connessione.
Però non ho resistito: schermo touch, scegli la lingua e poi il piano (a tempo o a megabyte), scegli il pacchetto (e quindi quanti soldi vuoi spendere), paghi cash (carta o monete) e ti stampa una ricevuta con username e password.
Figata.

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Ah, non dà il resto.

  • Definitiva

Pareri a parte.
Il payoff perfetto per Facebook (con gerarchia visiva tra “advertising” e “trust”)

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Disclaimer: tutte le foto sono mie :)

Link in uscita ed àncore. Io sono per farle lunghe e descrittive.

Quando si discute di copywriting e SEO, tra le diverse buone pratiche da applicare si menziona anche al fatto di linkare risorse autorevoli ed a tema. Questo produce, effettivamente, una serie di vantaggi:

  • l’utente può proseguire la navigazione verso altre risorse approfondendo la lettura;
  • evita, per chi scrive, di dover aprire e sviluppare delle subordinate: spesso un’attrazione per il copywriter ma, al contempo, una possibile distrazione sia per il lettore che per il motore di ricerca;
  • a Google piace: anche grazie al tema trattato dalla risorsa linkata questi riesce a farsi un’idea più chiara dell’argomento rafforzando il concetto di coerenza semantica.

Però non sempre il clic su quel link esterno è visto bene: a fronte degli sforzi fatti per portare l’utente sulla pagina, comprendo che la tentazione sia quella di “trattenerlo” all’interno del sito. Ci sono casi in cui favorire il proseguo della navigazione fuori dal sito web è paragonabile ad un danno economico (mancato guadagno): pensate alla scheda prodotto di un ecommerce.

Per “dare un colpo al cerchio ed uno alla botte” secondo me la soluzione sta nell’àncora, la parte cliccabile del link, quella che, spesso, quando ci passi sopra con il mouse si attiva, si accende.

Mi spiego:

  • un’àncora breve, persuasiva, poco parlante potrebbe effettivamente generare curiosità e favorire il clic;
  • un’àncora lunga, descrittiva e molto parlante invece dà chiaramente l’idea di quello che l’utente troverà dopo il clic e potrebbe risultare più che sufficiente per proseguire invece la lettura della pagina dove l’utente già si trova.

Che ne pensi?

Email marketing: meglio la mail aziendale o personale?

La riflessione nasce dalle notifiche che ricevo via email quando qualcuno compila la form di contatto del sito o si iscrive alla newsletter di MOCA; in altre parole, da quei momenti durante i quali, con le poche informazioni a disposizione, cerco di ricavare una “sensazione” circa la persona che si è appena messa in contatto: è una buona opportunità commerciale o qualcuno che cerca solo un consiglio, si tratta di qualcuno veramente interessato ai contenuti che pubblichiamo via mail o “solo” un competitor che cerca un po’ di ispirazione?

Tra le informazioni in mio possesso, naturalmente, c’è l’indirizzo email ed il primo distinguo che si può fare è, eccezioni comprese, si se tratta di una mail personale (es. @gmail.com, @libero.it, …) o aziendale (es. @mocainteractive.com). Originariamente ho sempre dato maggior peso alla mail aziendale (senza che questo poi portasse a flussi di comunicazione diverse) ma da diverso tempo ho cambiato posizione propendendo per la casella di posta elettronica personale.

Di seguito condivido le riflessioni che mi hanno condotto a questo punto di vista:

  • il cambio di indirizzo è molto meno frequente; l’azienda può decidere di cambiare il dominio di posta elettronica in seguito ad azioni straordinarie come rebranding, fusione, acquisizione mentre per la persona questa dinamica è un pizzico più rara. In tal senso, se penso a software per l’invio di email come Mailchimp questi raccolgono lo storico di comportamento (es. tasso di apertura)(facendone un criterio di segmentazione, tra l’altro) attorno all’indirizzo email per cui sostituirlo con uno nuovo significa azzerare lo storico e ricominciare da zero;
  • le persone cambiano lavoro ed anche questa dinamica potrebbe portare a ritrovarsi per le mani un dato (l’indirizzo email aziendale) non più utilizzabile;
  • se penso poi alle sinergie che possono nascere tra il Mailchimp di turno ed i social network è chiaro che queste possono esprimersi al meglio quando riescono a condividere dati equivalenti; poiché, in quasi tutti i casi, ci iscriviamo ai social network con la mail personale ne deriva che diventa più interessante avere quest’ultima anche, ad esempio, nel nostro CRM per “seguire” il comportamento della persona un po’ ovunque e per usufruire di funzionalità cross-platform come il retargeting che mette in comunicazione Facebook e Twitter con Mailchimp.

Tu che dici? Mail personale o aziendale?
E se la pensi come me hai individuato ulteriori plus?

Digital (marketing) e concerti live: qualche osservazione

Lo scorso weekend sono stato a Padova a vedere la seconda data del nuovo tour di Luciano Ligabue “Mondovisione”.

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(foto prelevata da Instagram: @alemanfrii)

In alcuni momenti la mia attenzione è stata richiamata da dettagli e comportamenti che, in qualche maniera, hanno a che fare con il digital e desidero raccoglierli qui a mo’ di elenco:

  • prima dell’inizio, quando c’è il dj che “butta su dei pezzi”, una voce registrata indicava l’hashtag del tour dagli altoparlanti: #mondovisionetour [leggasi: invito, coordinato (*), alla produzione di user generated content];

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(notevole la produzione di contenuti: è la seconda tappa del tour ed, al netto di foto ufficiali pre-tour, mi posso sbilanciare con una media (del pollo) di circa 40.000 foto/video per serata; NOTA: c’è un aggiornamento in chiusura del post su questo passaggio)

  • circa a metà concerto Ligabue ha eseguito individualmente (voce + chitarra acustica) un brano scelto precedentemente, tramite votazione (credo dal sito web), dai fan [coinvolgimento prima dell’evento];
  • questo concerto è stato l’occasione, come spesso succede, di presentare un nuovo singolo. Oltre al video in anteprima, la coreografia dello spettacolo ha indicato l’hashtag “ufficiale”: #cesempreunacanzone [questa iniziativa mi ha convinto meno ed i risultati, almeno su Instagram, sono effettivamente diversi];

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  • durante un assolo particolarmente lungo, Ligabue ha chiesto ad uno della security di tenergli per un attimo il microfono ricevendo dallo stesso uno smartphone con il quale ha registrato circa 1′ di video [pensavo ad un selfie ma Ligabue, anche regista, ha optato per qualcosa di un po’ meno scontato :)];
  • parlando del pubblico, ho notato che diversi ragazzi gggiovani hanno inviato pezzi di concerto (tracce audio) agli amici rimasti a casa tramite Whatsapp;
  • le applicazioni che l’hanno fatta da padrone sono state (secondo me in quest’ordine di utilizzo): Instagram, Whatsapp, Facebook [da notare qui la lungimiranza di Zuckerberg negli acquisti: sono tutte realtà sue];
  • nota personale ed un po’ dolente: l’attenzione verso lo smartphone, e le interazioni sociali che ne derivano, ha portato diversi ragazzi a passare più tempo con lo sguardo verso il monitor che non volto allo spettacolo. Sembrava quasi fosse più importante portare a casa (numerosi) selfie, e relativi like, a mo’ di testimonianza (“io c’ero”) piuttosto che assorbire le emozioni di un concerto. Peccato.

(*) indicare un unico hashtag evita la dispersione nei social network degli user generated content e ne facilita quindi la raccolta a posteriori

NOTA: Fabio e Daniele mi segnalano che il tour, in realtà, è cominciato a marzo 2014 per cui le opportunità di generare delle foto/video sono state ben più di due. Per meglio intercettare il dato “contenuti per tappa” ho quindi fatto una fotografia dell’hashtag #mondovisionetour su Instagram prima e dopo l’ultima data, quella del 17 marzo a Milano.

LigabueInstagramMondovisionetour

Dallo screenshot si vede che si è passati da 83.675 post a 84.500 post, quindi circa 1.000 contenuti per serata; un dato decisamente ridimensionato rispetto a quello iniziale.

Ecommerce: un paio di riflessioni prima di partire

Articolo per le aziende che stanno pensando di aprire un ecommerce.
I dati disegnano uno scenario super positivo ed, effettivamente, allettante: “gli acquisti online, in Italia, crescono”.
C’è un però: esistono già degli ecommerce molto affermati nel panorama italiano (es. Amazon, Ebay, Zalando, Yoox) per tanto, semplificando, potrei anche parafrasare il virgolettato sopra con il seguente: “gli italiani acquistano sempre di più dai soliti noti”.
Non si tratta di una frase risolutiva, però non la vedo male come frase riassuntiva.
E’ chiaro che a questo punto le aziende che vogliono aprirsi all’ecommerce devono considerare anche altri aspetti (non necessariamente facili):

– sarà difficile presentarsi al mercato con un prezzo più basso di quello pubblicato su Amazon;
– le spese di spedizione, storicamente, si stanno via via abbassando (grazie al volume che questi signori riescono a sostenere);
– le interfacce mediante le quali si acquista stanno diventando sempre più “user friendly” rendendo l’esperienza di acquisto molto agevole;
– il problema della gestione dei resi, per questi signori è sempre meno un problema (c’è chi ti invia anche un numero più grande ed un numero più piccolo della taglia di scarpe che avete ordinato online);
– oltre al customer care in post vendita, c’è un impegno di risorse ed energie anche nel pre vendita;
– mobile: abituatevi al fatto che la gente compra da smartphone, anche se voi non l’avete ancora fatto.

E perché dovrebbero considerare anche gli aspetti qui sopra? Perché l’utente italiano, sempre più propenso a fidarsi quando si tratta di inserire i numeri della carta di credito in un sito web, si sta abituando bene, anzi, molto bene e quindi il confronto che il nuovo ecommerce deve sostenere è, per forza di cose, anche su queste caratteristiche qua.

Pronti a fare la guerra? :)

Di organizzazione aziendale e vita vera…

…che poi le due cose collimano.

Leggete la testimonianza di Francesco, mio caro amico e chef, che racconta l’esperienza (negativa) vissuta presso l’Acantha Hotel di Erikoussa (Grecia). La cosa più preziosa sono gli insegnamenti che lui ha colto dalla medesima.

Disclaimer: questo articolo non ha a che vedere con i contenuti solitamente qui pubblicati ma oltre al mio lavoro c’è un’altra cosa nella quale credo fermamente e per la quale trovo quindi corretto riservare un piccolo spazio: la giustizia. Questa è una storia di fiducia mancata e giustizia inespressa. A me è stata utile.

Con Twitter si può vendere. Anche senza pubblicità.

Sì, vendere online tramite Twitter si può fare, ma si deve ribaltare un po’ il punto di vista rispetto a come siamo abituati a guardare alla dinamica che coinvolge domanda ed offerta.

Il discorso non vale, più di tanto, per brand affermati ed è sicuramente più utile per chi invece sta cercando di ritagliarsi uno spazio e di acquisire qualche fetta di mercato in più, cercando di vendere anche tramite canali più attuali e senza, per forza di cose, ripiegare su soluzioni che contemplino d’advertising.

Internet dà la possibilità di essere trovati molto di più rispetto a quella che è l’affermata visibilità locale e concede anche l’opportunità di andare a ricercare la domanda. Consente di essere proattivi nella vendita e di andare a ricercare l’esigenza espressa dalle persone perché le esigenze, le persone, le esprimono.
Soprattutto nei social network; se ci aggiungiamo poi che questi ambienti non rendono così complesse le attività di ricerca, forse un piccolo investimento (almeno di tempo, quindi senza considerare la pubblicità) vale la pena farlo.

Per supportare questo mio punto di vista, vi racconto una storia.

Quella che ho esplicitato qui è *tutta* la conversazione nella sua interezza.
Se dovessi quindi calcolare i costi sostenuti da questa realtà, probabilmente farei fatica a raggiungere l’ora di tempo impiegata tra ricerca del mio tweet originale e repliche varie.
Il tutto si è concluso poi con un acquisto, per cui bingo!

Colgo infine l’opportunità di questa esperienza anche per condividere quello che, dal mio punto di vista, è un ambito di miglioramento che, effettivamente aumenta un po’ il tempo impiegato dell’investimento, ma riduce il rischio di insoddisfazione da parte del cliente: suggerirei una presenza più costante nel social network.
Il tempo tra la prima risposta ed il tweet originale è stato di poco più di quattro mesi e nell’ultimo passaggio (corredato comunque dalle scuse) si è registrato un tempo di latenza di dieci giorni. E’ necessario ottimizzare tale aspetto altrimenti si percepisce (lato consumatore finale) una sensazione, spiacevole, di abbandono.

Ad ognuno il suo. Ca**o.

(la faccio facile)
All’imprenditore, il rischio d’impresa: se fallisce, salta l’azienda.
Al marketing manager, il rischio dell’investimento inteso come la composizione del marketing mix ed il budget da mettere sul piatto: se fallisce, perde il posto.
(se si va in outsourcing) All’agenzia digital, la responsabilità di far funzionare il canale e, in certi casi, di stare sotto ad un massimo di spesa per conversione (CPA): se fallisce, salta il contratto.

Si tratta di un meccanismo che funziona. (*)
Ma se si spostano certi pesi, il tutto deve necessariamente tornare comunque ad un equilibrio: decidi di non fare il tuo lavoro, non ti prendi il rischio, ma nemmeno i soldi (utili, stipendio, fee).
E lasci spazio (€) a chi certe mansioni le può portare avanti.

Punto.

(*) Al netto di (diffuse) situazioni “drogate” dove il cugino, dello zio, del parente, …

Facebook: temporary status update

Visto che a settembre 2013 Facebook ha aggiornato le policy che regolano lo svolgersi di contest nelle proprie pagine, ora mi sento più sereno nello scrivere e raccontare questa cosa qua.

Diverso tempo fa mi sono messo a studiare l’algoritmo di Facebook: Edgerank.
L’ho studiato nello specifico dei fattori che Facebook stesso diceva di tenere in considerazione per “premiare” uno status update fornendogli maggiore visibilità nel newsfeed degli utenti: il peso delle interazioni ed il tempo riferito alle stesse (oltre al grado di affinità tra, ad esempio, utente e pagina aziendale).

Allora ho cercato di risalire la corrente ed immaginare quali caratteristiche avrebbe dovuto avere uno status update per guadagnarsi un punteggio alto; magari cercando anche di considerare allo stesso tempo delle leve affinché il tutto fosse effettivamente realizzabile.
Da lì mi è venuta in mente questa cosa del temporary status update (derivato dal concetto di temporary shop)(scherzosamente dico di averlo inventato io, però onestamente non ho mai letto nulla a riguardo nella rete).

Riprendendo le leve di cui sopra (immaginando il contesto di un ecommerce che, in questo frangente, rende le cose più facili), la struttura dello status update dovrebbe essere così composta:

. comunicare un codice sconto (non tanto la percentuale di sconto, quanto il codice vero e proprio: fa più gola)(ovviamente deve essere inizialmente congelato);
. spiegare che quel codice sconto sarà attivo solo al raggiungimento di un certo risultato;
. esplicitare il traguardo: X ricondivisioni dello status update, Y commenti allo stesso, Z like (la distribuzione sceglietela sulla base dell’obiettivo; io consiglio di mettere in testa le ricondivisioni);
. precisare però che il risultato deve essere raggiunto entro le ore HH:MM (questo passaggio è importante);
. aggiungere il dettaglio che lo sconto ha una scadenza temporale (meccanismo relativamente facile da configurare nel tool che utilizzate per gestire i coupon).

Considerando poi i successivi aggiornamenti dell’algoritmo, penso che alcune delle leve introdotte (es. lo story bumping) vadano nella direzione di favorire ulteriormente questo meccanismo.

Ci avevate mai pensato? L’avete mai utilizzato?